A ogni comune e frazione il suo soprannome

A ogni comune e frazione il suo soprannome

Alcuni hanno inviato delle comunicazioni alla redazione, altri hanno dato il loro contributo sui nostri social. In generale si nota un appassionante confronto che al di là di definire quali siano i singoli soprannomi, risulta interessante avere delle spiegazioni su come ed in quale occasione è stato assegnato quel soprannome. A tale riguardo riportiamo fedelmente l’interessante ragionamento che gentilmente il sig. Franco Sicher di Coredo, ha inviato a mezzo mail alla nostra redazione. Con una serie di argomentazioni e riferimenti storici, Sicher ha portato un efficace contributo su alcune località della Predaia. Il nostro augurio è che un simile lavoro venga fatto anche per gli altri comuni e frazioni, da parte di altri lettori, permettendo così la divulgazione delle singole conoscenze a tutti i lettori.

Paolo Leonardi


Gnoci da Coret

I beni silvo-pastorali del versante meridionale del monte Roen, che si protraggono per qualche chilometro anche più a sud, fino all’anno 1577 erano in comunione dei tre paesi dell’altipiano: Coredo, Smarano e Sfruz.

Smarano e Sfruz avevano il privilegio di essere situati più vicino alla montagna e già da tempo Coredo lamentava che gli stessi abusassero nello sfruttamento dei beni silvopastorali, perciò chiese la divisione che fu accordata e conclusa sul Plaz di Smarano alla presenza del capitano delle Valli Federico Haidorf.

Si trattava di dividere la montagna in due parti pressoché uguali. Una metà abbondava di pascoli, l’altra di boschi con scarsità di pascoli. La precedenza nella scelta fu concordata per Smarano e Sfruz che scelsero la quota dove abbondavano i pascoli. Alla delegazione di Coredo non restò che accettare l’altra metà con i boschi.

Ritornata in paese, la delegazione di Coredo fu contestata dalla popolazione: “Seu propit gnoci(non quelli di patate, ai tempi, sconosciute) fu l’accusa, perché la metà accettata era totalmente priva di strade, quindi era quasi impossibile lo sfruttamento. A rincarare la dose nel deridere la delegazione ci pensarono anche gli abitanti di Sfruz e Smarano che confermarono il soprannome GNOCI.

P.S. Nel libro “La nuova chiesa di Coredo”, mons. Luigi Rizzardi (don Gino), storico, attribuisce il soprannome Gnoci al fatto che da generazioni è usanza cuocere abbondante razione di gnoci per tutta la popolazione il giovedì grasso.

Manzoti (non manzi) da Smaran

Nella sua posizione felice Smarano, fin dai tempi remoti, è circondato da campi e prati e il comune è proprietario di vasti pascoli in montagna in virtù della divisione fatta con Coredo nel 1577. Tale collocazione ha sempre favorito un importante sviluppo zootecnico. È facile immaginare greggi di pecore e capre e mandrie di mucche pascolare tranquillamente sotto la custodia di un pastore.

Pascolare tranquillamente? Sempre tranquillamente non direi!

Finché la mandria era composta da mucche, manze, manzi prossimi ad essere aggiogati, non vi era problema ma, se nella mandria abbondavano i manzoti, cioè i vitelloni, povero pastore, non aveva più pace! Sarà questo lo spunto che ha affibbiato il soprannome manzoti agli abitanti di Smarano?

Inoltre, si narra che sul finire dell’Ottocento, in un giorno di festa, con la chiesa gremita di  gente, il parroco, arrabbiato, avesse tuonato nella predica contro la popolazione con queste parole in dialetto: “I gia reson chei da Coret chiamarve manzoti, seu propi manzoti!

Il motivo ormai resta nell’oblio e si può solo ipotizzare: forse i coscritti avevano compiuto qualche intemperanza? Oppure era stato organizzato qualche ballo sempre mal tollerato dall’autorità parrocchiale? Da gente di una certa età ho appreso questa notizia purtroppo solo parziale.

Leciabuse (non leciabusi) da Sfruz

È noto che nei secoli scorsi a Sfruz, allora molto popolato, esisteva una fiorente industria di stufe a olle commercializzata soprattutto nell’Impero austriaco. La materia prima consisteva in una qualità di argilla che abbondava nei dintorni del paese specialmente in località Credai. Non esistevano cave vere e proprie, ma gli abitanti erano soliti scavare delle buche e magari ampliarle con piccone e badile per poi caricare tutto nelle “bène” situate sui carri. I viandanti e i boscaioli di Coredo e Smarano che si recavano in montagna osservavano questi lavoratori che picconavano talmente curvi da sembrare toccassero il fondo della buca con il naso.

Varda! I lecia le buse!” commentavano divertiti. Questi commenti si tramutarono così nel soprannome di LECIABUSE.

Asni da Vervò

Bisogna premettere che esiste un sentiero che, attraversando campagna e bosco, collega il paese di Sfruz a Vervò, accorciando la distanza in un tempo accettabile.

A Vervò, oltre agli importanti reperti romani, esiste una località a valle del paese dove venne scoperta una vena di argilla finissima, che in passato fu richiesta dagli artigiani di Sfruz per fabbricare olle di eccelsa qualità.

Il problema era il trasporto: esisteva solo il sentiero. Gli abitanti di Vervò rimediarono con carovane di cinque-sei asini che, a basto, con due grandi gerle piene di argilla, si avviavano verso Sfruz già in accordo con gli acquirenti “fornellari” del paese. Mentre gli asini giungevano in prossimità del paese, gli abitanti di Sfruz commentavano in coro “Varda che ven i asni da Vervò”. Questo commento fu fatale per appioppare il soprannome ASNI agli abitanti del paese di Vervò.

P.S. Il maestro Comai ha un’altra versione: la cocciutaggine dei rappresentanti della delegazione di Vervò nelle riunioni presso la pieve di Torra, dalla quale il paese di Vervò dipendeva, ha contribuito al soprannome di ASNI.

Groi da Tres

Anche Tres, come Smarano, era circondato da prati e campi, non occupati dall’attuale coltura intensiva dei meleti. Al tempo, si coltivavano soprattutto grano e grano saraceno, rendendo l’habitat ideale per i corvi che volteggiavano in stormi numerosi sulla campagna.

Poiché vivevano in un paese decentrato, in occasione di sagre e fiere gli abitanti, da gran camminatori, scendevano a frotte o meglio, “a sclapi”, in valle, per recarsi a Taio o, addirittura, a Cles. Questi “sclapi de zent” visti da lontano ad occhio nudo dagli abitanti dei paesi limitrofi erano paragonati “ai sclapi di groi”: ecco, dunque, il motivo del soprannome imposto agli abitanti di Tres.

La tradizione dei soprannomi era tenuta viva dai pastorelli che duellavano verbalmente coi compagni dei paesi vicini.

La “Val del Conte” segna il confine tra Coredo e Tres: per attraversarla ci vorrebbe almeno mezz’ora di cammino ma, dalla sommità delle due sponde, che in linea d’aria distano circa trecento metri, i pastorelli al pascolo, aiutati anche dall’eco, esaltavano il loro campanilismo, urlando a pieni polmoni: “Groi da Treeeees!” a cui seguiva la repentina risposta: “Gnoci da Coreeeet!”; questo botta e risposta si ripeteva almeno per una decina di volte. Poi, rincarando la dose: “Tresi, tresani, a ciausa del vos pecià, el ciampanil da glesia, el s’è brusà!”. La risposta non tardava e, storpiando la “Lode a Coredo” del poeta Massemino di Mòri: “Coredo bel Coredo, l’è el fior della valada, si vues na puta mata, a Coredo se vada”. Così si concludeva la disputa e, a carnevale, si riappacificavano per organizzare la “Gran Mascerada”.

Pèpe da Taon

Esistono pareri discordi nelle ricerche. Pare che la pèpa fosse un cibo frugale cotto nella cenere in focolari aperti già abbandonato da diverse generazioni. Dovrebbe essere una specie di impasto a forma piatta, fatto con acqua e farina di scarsa qualità.

Nonostante il tiro di schioppo fra i due paesi la rivalità è sempre stata intensa per contese di pascolo fra pastorelli; le sassaiole erano frequenti e nell’Ottocento ci scappò pure il morto. La forma di dialogo più pacifica era canzonare con il soprannome del paese: “Pèpe da Taon, una per gialon, una par culata, la pèpa meza mata”. A cui seguiva la risposta: “Coredo bel Coredo…ci vuel na puta mata, a Coredo che el vada!”.

Anni 60/70: riforma scolastica che portò alla riappacificazione totale fra le due comunità.

Redazione