La figura dell’ingegner Luigi de Eccher nel racconto del suo discendente

La figura dell’ingegner Luigi de Eccher nel racconto del suo discendente

«L’ingegner Luigi de Eccher era il nonno di mio nonno» ha prontamente riferito Roberto de Eccher nell’aprire umilmente la porta di casa propria in via Baron Cristani a Mezzocorona. Lo stesso edificio nel quale si stabilì Giuseppe de Eccher (nonno di Luigi) e dove sono poi nati ed hanno vissuto i suoi avi, di cui Roberto ha preservato anima e ricordo conservando gli oggetti che a questi sono appartenuti.

Soprattutto di Luigi de Eccher, stimato e conosciuto professionista della propria epoca. Nato nel 1803 da una famiglia anticamente originaria di Folgaria, riprendendo quanto raccontato dal suo discendente, era un personaggio molto ben inserito negli ambienti bene dell’epoca, sia a livello locale che fuori. Soprattutto nel Tirolo ha contribuito a realizzare progetti di prestigio.

«Già quando avevo 14 anni riuscivo a nascondere parecchi suoi oggetti e progetti – rivela Roberto de Eccher -. Ho dei disegni che ritraggono il progetto di un giardino a Salisburgo, o in una zona vicina. Ho anche disegni e progetti della facciata del duomo di Bressanone e delle caserme realizzate all’epoca nello stesso comune. Questo è bellissimo – sottolinea – perché oltre la struttura e il dettaglio dei bagni, si vedono i suoi disegni delle stufe in maiolica che sono state costruite all’interno; anche di una certa eleganza.»

«Di lui ho conservato l’intera mappa del progetto della fossa di Caldaro, in fogli 60cmX1m, ai quali ho partecipato alla progettazione per la canalizzazione – riferisce -. A anche diversi suoi disegni a china e acquerello della Piana Rotaliana. In uno si vede il Castello di San Gottardo e il paese di Mezzocorona dieci volte più piccolo rispetto a com’è oggi. Con anche la vecchia pieve e la casa dell’organista, demolite per realizzare la Chiesa attuale. Ho pure le planimetrie dell’abitato di Roverè della Luna e il progetto della chiesa attuale. Ho conservato anche la casa che aveva acquistato sul monte nel 1834».

Piacevole passeggiare per quella casa dove alle pareti sono appesi una quantità di lavori dell’ingegnere. Per questo abbiamo fatto una chiacchierata con il proprietario della casa, spiegandoci fin da subito che: «tante cose le ho sapute da mio padre. Poi ho fatto dei piccoli studi e miei personali ragionamenti.»

Roberto racconta che Luigi de Eccher ha figliato parecchio assieme alla moglie Adelia. Uno dei figli, Ferdinando, oltre essere stato sindaco di Mezzocorona per un certo periodo, era il padre di Matteo «ovvero il nonno che non ho mai conosciuto, perché si è ammalato ed è morto al ritorno dalla grande guerra. Forse, l’unica che aveva un vago ricordo del padre, era mia zia Carla de Eccher, anche preside delle scuole a Mezzolombardo.»

«Lei raccontava che il nonno Matteo ha fatto la guerra come austriaco, ma sentendosi italiano. Tant’è che fra gli amici poteva contare Cesare Battisti. Prima di andare in guerra aveva anche iniziato i lavori per sistemare questa casa, completati poi dal padre Ferdinando. Quest’ultimo sicuramente persona molto colta e di classe, ma dal pessimo carattere. Aveva un bastone da passeggio con il pomello in metallo sulla cima e quando qualcuno non era d’accordo con lui glielo dava in testa. Infatti non stava simpatico tutti.»

Dei suoi genitori invece? «Mio padre non ha mai vissuto realmente a Mezzocorona. Ci è tornato quando è andato in pensione nel 1973/74. Era del 1915 e quando è tornato ha deciso sistemare la casa perfettamente conservata da Pia, Valeria e Adelia, sorelle di Matteo. Loro abitavano in questa casa. La cucina oggi è illuminata con 4 punti luce, ma quando ero piccolo ricordo d’aver osservato che la lampadina era una sola e da 15 watt, non al led.»

«Per spiegare quanto le zie avessero tenuto in considerazione questa casa, quando sono venuto qui ad abitare, nel settembre del 1987, il muro della cucina era particolarmente provato dal tempo – ricorda de Eccher -. Allora, un giorno un pittore venne a vedere e mi disse: “mi cogni piturar”. Ricordo che usai una giornata intera per togliere tutti i chiodi dalle pareti. Tra l’altro erano quadrati, perché ancora di quelli fatti a mano, e li ho conservati, come accaduto per tutti gli oggetti che Luigi de Eccher usava per lavorare. Strumenti che stranamente e fortunatamente nessuno ha buttato via, magari facendo le “pulizie” e senza poterne interpretare il reale valore.»

Daniele Bebber

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