Prigioniero nell’inferno dei Balcani

Quarta parte: Le truppe italiane entrano in Grecia
L’undici aprile, il cappellano militare disse messa in un luogo lontano dal martellamento dei mortai e il giorno seguente, le truppe italiane, con determinazione riuscirono ad avanzare in territorio greco.
Non era facile entrare in Grecia, a causa della mancanza di strade perciò i camion dovevano fare lunghi giri, mentre i soldati dovevano arrampicarsi su ripidi sentieri. Il grosso della colonna si era fermato a pochi passi dal mare.
Faceva molto caldo e molti soldati si tuffarono fra le onde. Poco dopo presero posizione vicino a Giuka. C’era lì vicino un villaggio disabitato da secoli, di nome Populon, dove la costa si era alzata e lo aveva isolato. Tutto intorno c’era solo roccia e niente terra da coltivare.
I soldati mandati a esplorare il terreno, uccisero due maialini che si aggiravano nel bosco. Lungo il confine tra l’Albania e la Grecia gli abitanti erano di religione greco-ortodossa, mentre gli albanesi erano per la ottobrer parte mussulmani. Perciò, la domenica i soldati italiani di stanza a Giuka poterono assistere ad una messa celebrata dal pope Juan.
I fedeli portavano pane e grano al Pope che dopo aver benedetto quei doni, li distribuiva ai fedeli e pure, ai soldati che ne facevano richiesta.
Venne battezzato pure un bambino, collocato su un cesto di vimini, ma quello che aveva sorpreso gli italiani era stato che la cerimonia si è svolta senza l’uso di acqua.
Durante l’avanzata, lo zio e altri due commilitoni ebbero l’ordine di costruire una baracca con assi e tronchi che si trovavano nei dintorni. La baracca e gli altri fabbricati di fortuna furono recintati da filo spinato, non solo per contrastare l’eventuale visita non certo gradita di soldati nemici, ma anche quella dei lupi che in quelle località non mancavano.
Era ormai il mese di aprile, però faceva ancora molto freddo e dal comando mandarono una tanica di cognac. Il primo “gavettino”, così racconta lo zio, fu bevuto con fatica, ma gli altri scivolarono più celermente.
Poi però si doveva provvedere al turno di guardia per la notte, doveva toccare a un suo commilitone che aveva alzato troppo il gomito… perciò si doveva scegliere il meno sbronzo. Il meno alticcio sembrava lo zio e perciò scelsero lui, a fare la guardia.
Lo zio Gino ricordava solo che si era seduto al posto di guardia e si era svegliato al mattino. Per fortuna la notte era trascorsa tranquilla.
Quel periodo in Albania non ci furono grandi emozioni, perché gli abitanti parevano del tutto indifferenti a quanto stava loro accadendo, forse perché vivevano in estrema povertà.
Solo a ottobre del 1941 i soldati italiani avevano occupato Corfù. Di conseguenza anche la batteria dello zio Gino era stata spostata sull’isola presso la fortezza Veneziana. Subito dopo dovette prendere posizione su un colle chiamato Mandukio, ad ovest della città, vicino al porto. Qui mancava l’acqua, ma dopo videro alcune donne, che portavano l’acqua dentro ceste collocate sulla testa.
Domandarono a cenni, poiché non conoscevano la loro lingua, dove era l’acqua e una di queste donne li accompagnò al pozzo. Le donne familiarizzavano con i soldati e una di loro, in particolare, si innamorò di un giovane di leva il quale purtroppo morì durante un bombardamento.
La sistemazione fu difficile perché dovettero trasportare a spalla cannone e munizioni sul colle ed anche cercarsi una sistemazione. Per fortuna nei dintorni c’era una scuola diroccata, perciò riuscirono a sistemarsi in qualche modo con tende e tavoli della scuola.
Quello che sorprende, a parte la miseria di bambini abbandonati per le strade, figli di divorziati che non volevano sapere nulla di loro, erano i rapporti con la popolazione. Buoni, nonostante i nostri soldati fossero militari occupanti.
Il “buon cuore” degli italiani si manifestava in mille modi per rendere più accettabile l’occupazione militare. Il comando militare e l’amministrazione civile, in seguito, radunarono i piccoli che giravano per l’isola senza genitori e li collocarono in un istituto per cure e l’assistenza di cui avevano bisogno.
L’accampamento militare era circondato da tre ordini di filo spinato e cavalli di Frisa alle entrate. Lo zio ed Ernesto Moser erano in tenda insieme vicino al cannone antiaereo e alle sirene d’allarme. La guardia era molto accurata, con l’ispezione di un tenente che comandava la sezione durante la notte. Molte ragazze lasciavano sui reticolati fiori o messaggi poiché era proibito far entrare civili nell’accampamento.
Il nove ottobre, festa dell’Impero coloniale italiano, vi fu una sfilata di autocarri che trasportavano cannoni per le vie di Corfù. Lo zio notò che i Greci, nonostante la guerra, erano abili commercianti, tentavano di vendere ai soldati orologi di poco valore. Patacche di finto oro. D’altronde facevano anche loro, nonostante la guerra e in presenza del nemico, di tutto per sopravvivere.
Mio zio, che non fumava, cedeva ai contadini greci i propri pacchetti di sigarette in cambio di olio d’oliva. Durante quei mesi era riuscito a mandare a casa in Val di Non ben 35 litri di olio.
I soldati cominciarono ad avere contatti con la popolazione greca e con le dracme che ricevevano come paga potevano fare acquisti.
A Corfù mancavano le cantine, cosicché per conservare il vino lo si doveva mescolare con resine. Era un peccato, in mancanza d’altro ci si abituava un po’ alla volta al sapore.
L’uva usata per il vino era la “sultanina” che veniva raccolta per terra ed essiccata. In quelle zone, da ottobre a ottobre, non pioveva quasi mai e allora chi aveva un orto dovevano scavare pozzi per annaffiarli.
Lo zio con l’amico Moser poterono allora annaffiare il proprio orticello, con l’acqua del pozzo che erano riusciti a scavare, visto che la permanenza sull’isola non prevedeva cambiamenti. In autunno, con la pioggia tutto ritornava verde e la campagna regalava ogni ben di Dio, dalla verdura a ogni tipo di frutta.
La vita dei soldati scorreva abbastanza tranquilla, anche se non mancava qualche diversivo, come quando lo zio uccise con una fucilata un grosso serpente. Un suo commilitone, che era stato volontario con gli “arditi” durante la Grande guerra, dopo averlo scuoiato se lo era mangiato con gusto.
Questo episodio salvò il suo compagno da una condanna per furto. Era stato infatti sorpreso mentre rubava in mensa. Dichiarò di aver commesso il furto per fame sostenendo, addirittura, che era stato costretto a mangiare un serpente.
Nessuno dei soldati credette a quanto asserito dal “mangiatore di serpenti” perché tutti sapevano che, durante il tempo libero, organizzava festini con amiche e amici greci. Gli orti e la campagna in genere venivano coltivati dai maltesi, invece i Greci erano specializzati in commercio, ma durante la guerra i soli acquirenti erano i soldati, ma anche questi si erano fatti furbi e non si lasciavano più imbrogliare.
Allora i Greci avevano escogitato un altro modo per guadagnare qualche dracma… (continua…)