Emigrazione, storie, ricordi, testimonianze, e tanto altro ancora…

Emigrazione, storie, ricordi, testimonianze, e tanto altro ancora…
Emigranti europei su un piroscafo diretto negli USA

Con questo numero su “il Melo” prende avvio una nuova rubrica dedicata all’emigrazione nonesa / solandra nel mondo ed anche a chi è lontano dalla nostra valle. Lo faremo raccogliendo testimonianze e racconti di persone e di intere famiglie che hanno lasciato la loro terra natale per cercare lontano migliori condizioni di vita.

Lo spunto mi arriva dalla ricorrenza dell’8 agosto, data in cui da poco più di vent’anni (2001) in Italia si celebra la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo’”. La ricorrenza ricorda infatti la tragedia mineraria di Marcinelle che l’8 agosto 1956 costò la vita a 262 lavoratori, di cui 132 italiani ed un trentino, Primo Leonardelli di Viarago.

Marcinelle è nel distretto monetario di Charleroy, in Belgio, regione dove negli anni del secondo Dopoguerra sono emigrati tanti nonesi e solandri, sopratutto da Cis.

Voglio partire da questo episodio grazie anche ad un’esperienza personale: nel lontano 1966 (avevo 18 anni!) ho trascorso i tre mesi delle vacanze estive lavorando come manovale in Belgio, a Jumet (sobborgo di Charleroy, terra di miniere e di minatori, moltissimi italiani) nel restauro degli anditi di un’antica chiesa cattolica posta in un parco pubblico.

Ho avuto l’occasione così di visitare alcune miniere di carbone e su invito del Console italiano di assistere a Marcinelle alla commemorazione del decimo anniversario di una della più grandi tragedie che hanno coinvolto l’emigrazione italiana. Erano presenti alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime. Per me un ricordo indelebile!

Parlare di emigrazione è come affacciarsi su un mare, tanto grande e tanto lungo nel tempo è questo fenomeno che vediamo scorrere ancora oggi in tante zone del mondo, anche nella nostra, che in Valle di Non all’epoca aveva quasi svuotato interi paesi, contribuendo così alla sopravvivenza di famiglie e comunità con le rimesse che arrivavano dagli emigranti. Il fenomeno ‘emigrazione’ in Trentino e nelle valli del Noce ha conosciuto varie ondate a partire già dalla metà del 1800. Qui era Welschtirol (Tirolo meridionale), provincia dell’Impero austroungarico, e chi partiva aveva in tasca il passaporto a firma dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Documento che li classificava come ‘tirolesi’ e non come ‘italiani’.

La denominazione ‘tirolesi’ è poi sopravvissuta nel tempo ed ancora oggi molti circoli trentini d’Oltreoceano, dopo un secolo di passaggio del Trentino all’Italia, continuano a definirsi appunto “trentinotirolesi”.

Una seconda grossa ondata di emigrazione c’è stata nei primi anni del secondo Dopoguerra: tra il 1951 e il 1975 sono state circa 80.000 le persone (quasi un quanto dell’intera popolazione della provincia!) che hanno abbandonato il Trentino, dirette verso l’Europa e i Paesi d’Oltreoceano, territori che promettevano lavoro e una vita dignitosa. Condizioni che il Trentino di allora, dove la miseria era dilagante non poteva dare. Solo nel 1975 l’emigrazione trentina può dichiararsi conclusa, quando per la prima volta i rientri hanno superato le partenze.

La destinazione di chi partiva erano in primis i paesi industrializzati dell’Europa, Svizzera, Germania e Francia, mete più appetibili perché più vicine. Tra il 1951 e il 1975 più di 62.000 trentini partirono verso queste destinazioni con un’unica speranza: trovare un lavoro.

Anche i Paesi d’Oltreoceano, in particolare Canada, Stati Uniti e Australia, sono state mete d’emigrazione e tra il 1951 e il 1975 vi si recarono oltre 16.000 trentini. Nel 1914 una stima registrava 40.000 trentini residenti negli Stati Uniti, 5000 dei quali avevano ottenuto la cittadinanza.

Un caso a parte è stata l’Argentina che sin dalla fine dell’Ottocento è stata una delle mete preferite dai trentini. Qui il lavoro era assicurato e non c’era nessuna discriminazione tra nativi e stranieri come invece succedeva abbastanza spesso in altri contesti nazionali.

Tante speranze ma anche cocenti delusioni e vere e proprie beffe talvolta incentivate dalle stesse autorità della Regione Trentino Alto Adige, come nel caso del Cile. Nel giugno 1951 partirono da Trento le prime venti famiglie e l’anno dopo altre 120.  Consapevoli di trasferirsi in un Paese in cui non c’era niente, sono allettate dalle promesse della Regione: una casa e dieci ettari di terra. Dopo il viaggio in nave durato un mese, l’accoglienza positiva, ma la promessa di una casa e di terreni da coltivare si è rivelata un miraggio e una grande delusione per una politica che promette e non mantiene.

Una vicenda questa che raccontiamo nella pagina accantoe che ha lasciato un lungo strascico di dolore e ingenerato una profonda sfiducia nelle Istituzioni che l’avevano promossa ed incoraggiata.

Questo il quadro dove si sono inserite centinaia, anzi migliaia, di storie e vicende di persone, gruppi familiari ed intere comunità partite dalle nostre valli e che solo in piccola percentuale sono poi potuti tornare nei loro paesi di origine. Storie anche queste da raccontare così come le tante pagine di tenacia e di coraggio vissute dei nostri emigranti che nelle nuove ‘patrie’ hanno saputo conquistare con il lavoro rispetto e dignità e benessere per le loro famiglie.

Quella su “il Melo” in ogni caso sarà una rubrica ‘aperta’ nel senso che ospiteremo volentieri esperienze e racconti dei lettori, vicini e lontani che vorranno inviare testi e foto direttamente alla redazione del nostro giornale. (E-mail: redazione@giornaleilmelo.eudirettore@giornaleilmelo.eu)

Racconti ed esperienze che potranno trovare spazio anche sul sito on-line del mensile e quindi viaggiare nel mondo senza limiti di spazio.

Miniera di Marcinelle

Emigrazione in Cile: la grande beffa

Il lontano paese sudamericano, in particolare l’area di La Serena, sulla costa dell’oceano Pacifico, fu il luogo dove si consumò l’ultimo vasto dramma dell’emigrazione trentina.

La data di inizio è quella del 18 aprile 1951 quando da Trento, supportate dalla Regione, venti famiglie partirono alla volta di La Serena in Cile salutati alla stazione ferroviaria dall’arcivescovo Carlo de Ferrari (1885-1962), dall’ausiliare Oreste Rauzi (1888-1973), dal consiglio regionale al gran completo e da una folla di amici e parenti.

Lacrime e fazzoletti, abbracci e auguri. Per la maggior parte, erano originari delle valli del Noce e della val di Cembra.

Emigrazione famiglia solandra in Cile nel 1955

Il progetto di emigrazione, elaborato dalla Regione TAA, prevedeva terre da colonizzare, nello specifico 420 ettari irrigui messi a disposizione dalla Cassa di colonizzazione cilena.

Le famiglie trentine erano accompagnate dall’assistente sociale Maria Perazzolli, che si trattenne per qualche mese in Cile aiutando gli emigrati nel proprio insediamento.

L’anno successivo, ed in più riprese, partirono altre 120 famiglie per un totale di 758 persone, in un’avventura che fu meno tutelata.

Se la prima emigrazione portò a risultati soddisfacenti, la seconda fu un disastro soprattutto perché i terreni affidati ai coloni trentini erano largamente inadatti alla coltivazione e perché l’acqua per l’irrigazione non era sufficiente. In più, molti dei nuovi emigranti non avevano esperienze dirette in campo agricolo. In aggiunta a ciò, i finanziamenti che i coloni avevano avuto per iniziare a lavorare erano in dollari Usa e l’incalzante inflazione cilena rese problematica la restituzione dei capitali.

La difficile situazione dei trentini ebbe ben presto, ed in più riprese, eco sulla stampa: a titolo di esempio va ricordato l’Alto Adige dell’11 marzo 1956 che raccolse una testimonianza di una famiglia di Foppiano in Vallarsa tornata dal Cile. “Abbiamo scavato la terra promessa, sabbia, giù e giù fino all’inferno”. Dopo i primi anni di stenti e difficoltà si ebbe una vera e propria diaspora sia all’interno del Cile che dell’America latina.

Seguirono polemiche ed interventi da parte della Regione in Cile prima con la presenza nel 1953 del sacerdote don Giorgio Cristofolini per seguire da vicino la comunità trentina, successivamente con l’azione dell’assessore regionale Armando Bertorelle che fu a La Serena nel 1955 per cercare una qualche soluzione ai casi più disperati.

Dopo vari rientri del 1955-56 la colonia trentina a La Serena diminuì di numero anche perché molte famiglie si trasferirono sia all’interno del Cile, sia dell’America Latina in generale.

Rimase nella sede originaria chi invece era riuscito, a costo spesso di sacrifici colossali, a consolidare le coltivazioni o ad avviare altre attività economiche.

Una nuova scossa arrivò nel 1972 con un nuovo flusso di rientri in Trentino. Le ragioni? Erano soprattutto due: la siccità ed il clima politico.

L’Alto Adige del 26 maggio 1972 riportò le testimonianze dei rappresentati delle trenta famiglie che in quei mesi erano tornate e si erano ritrovate più in difficoltà di quanto erano partite venti anni prima.

A La Serena, raccontarono, non pioveva da sei anni, il che mise in seria difficoltà l’agricoltura. Per quanto concerne il momento politico il giornale scrisse che le scelte del governo del presidente Salvador Allende avevano colpito gli agricoltori per la fissazione dei prezzi politici dei prodotti della terra. A La Serena non vi erano state invece occupazioni delle terre perché gli emigrati trentini non erano certo latifondisti. “Dal Cile con rabbia” fu il titolo di quell’articolo.

Alla Regione ed alla Provincia i trentini rientrati da La Serena chiedevano l’assistenza sanitaria e previdenziale, oltre ad un alloggio popolare, o la possibilità di accendere un mutuo che potesse aiutarli nell’acquistare una casa.

Gli aiuti arrivarono: il 22 novembre 1972 il Consiglio regionale approvò “una leggina per i trentini che tornano dal Cile”. I rientri continuarono anche durante il 1973, mentre cessarono con il colpo di Stato del generale Augusto Pinochet dell’11 settembre 1973.

Dalla seconda metà degli anni Settanta, infine, la situazione per chi era rimasto a La Serena si è stabilizzata positivamente sia per il miglioramento generale della situazione economica cilena, sia per l’intervento della Provincia, che della “Trentini nel mondo”.

Cile: l’emigrazione tradita

Giacomo Eccher