Ambulanti e girovaghi

Piccole storie dei nostri piccoli paesi
Nei decenni scorsi, i negozietti dei nostri paesi avevano un assortimento di merce molto ridotto; solitamente comprendeva prodotti di prima necessità come pane, farina, formaggio, aringhe, olio, aceto, petrolio, cordami, candele, ecc.
Per il resto, la nostra gente si riforniva, di tanto in tanto, presso i centri più grossi, oppure aspettava il passaggio di qualche ambulante.
Uno dei più attesi era il venditore di stoffe (roba da braz). Girava per le case del paese tenendo sull’avambraccio sinistro o sulla spalla degli scampoli di tela. Erano i primi che egli esibiva ai possibili clienti, o, meglio, alle possibili clienti. Per invogliare le donne all’acquisto appoggiava il tessuto sulla loro spalla dicendo: “Guardi come le sta bene; è il colore giusto, approfitti, guardi che prezzo, ecc.”.

Se l’affare non andava a buon fine, dalla valigia che egli portava sempre appresso, estraeva altra merce, già confezionata, come sottovesti, mutande o federe. Gli ultimi ad esercitare questo lavoro furono una donna di Mezzolombardo e un signore giunto da un paese del Veneto. Quest’ultimo, dopo un po’ di tempo, si “modernizzò” acquistando una bicicletta e poi uno scooter sul quale caricava le sue pesanti valige.
Altro tipo di ambulanti erano i “cromeri”. In genere venivano dalla valle dei Mocheni e avevano un assortimento tutto diverso. Portavano sulle spalle, a mò di zaino, una casella, una specie d’armadietto, con tanti cassettini contenenti sementi, spilli, aghi, bottoni, nastrini, pettini, elastici e altra minuteria. Questi signori partivano in autunno e rientravano a primavera restando fuori di casa per lungo tempo. Essendo delle figure conosciute trovavano facilmente qualche anima buona che li ospitava durante la notte.
Le “ciazotare”, invece, provenivano dal bellunese. Queste donne vendevano quasi esclusivamente piccoli oggetti in legno, fatti dei loro mariti, durante l’inverno. Si trattava di mestoli, palette, scodelle, portafiammiferi, ecc… Portavano la loro mercanzia in una gerla sistemata sulle spalle. Di solito vestivano di nero e in testa avevano un fazzoletto dello stesso colore. Calzavano scarpe di pezza, fatte, artigianalmente, in casa. Erano dette anche “ciode” perché nei loro discorsi intercalavano la parola “ciò”, tipica del gergo veneto.
Di tanto in tanto arrivava in paese anche lo “scudelar”, ossia il venditore di scodelle, pignatte e altri oggetti di terracotta. Di solito, sistemava il suo banchetto sulla piazza del paese. Per pagamento accettava anche ferro vecchio, stracci, pelli o cose simili. I ragazzini, sapendo della sua presenza, correvano nelle discariche alla ricerca di rottami metallici da portare allo “scudelar” ottenendo in cambio un fischietto di terracotta, a forma d’uccello.

Poteva essere difficoltoso trovare tali oggetti se poco prima era passato lo “sdrazzaro”. Questo personaggio, era un uomo che raccoglieva i rifiuti che non servivano in famiglia. Girava per il paese spingendo una bicicletta e gridando: “el strassaro done, strasse, ossi, ferro vecio, pel de cunel”. Si sapeva che, di tanto in tanto, passava e, così, le brave massaie mettevano da parte, in un sacco, i cenci vecchi e i bravi mariti il metallo inutilizzato, nonché le pelli dei conigli uccisi per il fabbisogno casalingo.
Verso gli anni Cinquanta del secolo scorso, nei nostri paesi, giungeva da Lavis anche un altro tipo di ambulante. Era un fotografo e possedeva una moto Vespa. La domenica egli aspettava i fedeli all’uscita dei vespri e li invitava a posare a bordo del suo motociclo, naturalmente fermo sul cavalletto. Una foto in quella posa era il sinonimo di modernità.
Un’altra figura, ormai scomparsa, che s’incontrava spesso nei nostri paesi, era il “frate da zerca”.

In genere proveniva dal convento di Mezzolombardo o dagli altri conventi della valle. Faceva la questua di cibo o di soldi per sostentare i suoi confratelli. In autunno raccoglieva anche vino e legna. Bussava alle porte delle case e, alla voce di “Pace e Bene”, stendendo la mano, chiedeva l’elemosina. Era molto benvoluto e, tutti gli offrivano qualche cosa; molto spesso erano dei generi alimentari che lui subito infilava in un cesto. Poi, con un sorriso, ricambiava l’offerta lasciando, per ricordo, un santino, una parola buona e una benedizione.
Vi erano poi i mendicanti. Erano facce note e conosciute perché frequentavano i nostri paesi da parecchio tempo. C’era un vecchio con una gruccia, uno sciancato e uno abbastanza alto, che, pur essendo maschio, si faceva chiamare Marina.
Originario di Priò girava di paese in paese con una rudimentale carrozzina, entro la quale sistemava una bambola. Affermava che quella era la sua bambina.
Erano volti noti dei quali ci si poteva fidare e i nostri compaesani li facevano entrare liberamente in casa. Qualche famiglia, oltre all’elemosina, offriva loro anche un piatto di minestra o un ricovero per la notte, sul fienile o, nelle stagioni fredde, nella stalla.
Gli unici ad aver timore di questi personaggi erano i bambini. La colpa, però, era dei nonni i quali, nelle lunghe serate d’inverno, attorno al focolare, raccontavano loro immaginarie storie popolate di strani personaggi che di notte vagavano per le vie del paese.
Erano le Angane, l’Ebreo errante, il Barbatangheri, il Basadone e l’Andoraculi. I piccoli ci credevano; avevano paura e correvano a nascondersi sotto le coperte. Vita vera passata nei nostri paesi. Storie antiche d’altri tempi quando la primavera, oltre al bel tempo portava anche queste figure ormai dimenticate.