Una Pasqua di sangue

Una Pasqua di sangue

Storia di un santo decaduto

Fino a pochi anni fa, nel centro di Trento, una strada si chiamava “Via San Simonino”. Ora non più. Recentemente è stata rinominata “Via del Simonino”, perdendo l’appellativo di “San”.

Perché questa modifica? Per capirlo occorre fare un balzo indietro di alcuni secoli e tornare al 23 marzo 1475, un giovedì santo, quando a Trento, scomparve un bimbo di ventotto mesi, di nome Simone. Era il figlio d’Andrea Unverdorben, di professione conciapelli. Questi denunciò subito la scomparsa alle autorità e il 26 dello stesso mese, giorno di Pasqua, Samuele di Norimberga, esponente della comunità israelitica residente a Trento (composta da circa 30 persone) dichiarò di aver trovato il piccolo, già morto, in una roggia presso la sinagoga. I sospetti caddero subito su di lui e sulla locale comunità ebraica.

Purtroppo a Trento, in quel periodo, regnava un pesante clima di antisemitismo fomentato soprattutto dalle prediche del frate francescano Bernardino da Feltre. Gli Ebrei, fra il resto, erano invisi alla popolazione locale perché gestivano il commercio del denaro e, spesso, praticavano l’usura e lo strozzinaggio. Stante questa pesante avversione, fu facile incolpare gli Ebrei dell’odioso assassinio.

L’accusa formulata era di “omicidio rituale” per aver rapito, torturato e ucciso un bambino allo scopo di impastare con il suo sangue il pane azzimo da consumare durante la Pasqua.

Il principe vescovo Hinderbach e il podestà Giovanni de Salis fecero immediatamente perquisire le abitazioni.  Nulla, però, emerse a loro carico.

Nonostante questo, i sospettati furono arrestati; otto ancora quella sera e dieci il mattino seguente.

Furono sottoposti a lunghe torture e, dopo un processo indiziario, nel giugno dello stesso anno, due di loro furono decapitati e altri tredici (nove uomini e quattro donne) furono condannati al rogo. Segui, poi, la confisca di tutti i loro beni e il bando perpetuo degli Ebrei dalla città di Trento. Il corpo del bambino, ritenuto martire, fu collocato nella chiesa di san Pietro nell’omonima via, ed esposto alla pubblica venerazione.

Ancora nel primo giorno gli fu attribuito un miracolo. Ne seguirono altri 128. Attorno alla sua figura si sviluppò una grande devozione popolare che, velocemente, si diffuse anche altre regioni.

Il tutto era orchestrato dal vescovo di Trento Johannes Hinderbach che usava i due più potenti mezzi di comunicazione allora esistenti: le immagini e la stampa.

Per visitare le spoglie del presunto martire giunsero pellegrini da tutta l’Italia e dall’estero. Con le loro offerte fu costruita una nuova cappella, fu acquistata una culla d’argento per riporre la salma di Simonino e ristrutturata pure la chiesa di S. Pietro. A furore di popolo il piccolo fu proclamato prima beato e poi santo. A Roma, però, nutrivano seri dubbi sulla regolarità di quel processo tanto da indurre il pontefice Sisto IV a mandare un proprio inquisitore (Giovanni de Giusti) per verificare l’esatto svolgimento dei fatti.

Il commissario del Papa, giunto a Trento, fu fortemente ostacolato e osteggiato nella sua opera, sia dal clero, sia dalla popolazione locale tanto che egli, per salvaguardare la propria incolumità, dovette trasferirsi a Rovereto, allora sotto la Repubblica di Venezia. Alla fine dell’ispezione, dopo aver accertato accuratamente i fatti, costatò che gli Ebrei erano del tutto estranei ai fatti addebitati. Il pontefice, in base alla relazione, consegnatigli dal suo inviato, intimò al vescovo, al Capitolo del Duomo e al Podestà di ripristinare la verità sotto pena di scomunica.

Ordinò, fra l’altro, di liberare immediatamente gli Ebrei ancora detenuti in carcere e il 2 novembre dello stesso anno, con una lettera apostolica, vietò severamente il culto del Simonino. Il vescovo Hinderbach non si diede per vinto e la sua risposta non si fece attendere. Cominciò a screditare il commissario apostolico accusandolo di aver scritto il falso dietro compenso degli Ebrei. Tanto egli disse e fece che il Papa dovette allontanare il povero de Giudici dal Vaticano destinandolo come vescovo, a Ventimiglia.

Hinderbach, quindi, arrestò alcune donne ebree. Tre, seviziate, morirono in carcere e tre, per salvare la loro pelle, furono costrette a confessare, sotto tortura, che il delitto era a stato compiuto dai loro mariti. Di fronte a tali affermazioni messe per iscritto, nel 1588, il papa Sisto V autorizzò, seppure contro voglia, il culto del piccolo Simone solamente a livello locale.

Nel frattempo, il piccolo “martire” era stato nominato, assieme a S. Vigilio, compatrono della Diocesi di Trento.

Dalla metà del 1600 e fino al 1955 la sua salma, ogni dieci anni, era portata in solenne processione per le vie della città con i simboli raffiguranti la sua tortura (strumenti di macelleria, aghi per cavare il sangue ecc.). Il tutto con grandissimo concorso di fedeli e di clero.

Nel 1963, monsignor Iginio Rogger (1919 – 2014), docente di storia della Chiesa presso il seminario di Trento, sottopose la questione, all’arcivescovo mons. Alessandro Maria Gottardi.

Egli, intelligentemente, commissionò una nuova perizia al frate domenicano Willehad Eckert.  Egli, dopo scrupolosi studi, confermò l’inattendibilità dei documenti, tutti estorti sotto tortura e l’assoluta estraneità degli Ebrei in tutta questa vicenda. Molti, gente comune e pure qualche sacerdote, gridarono allo scandalo, ma il vescovo fu irremovibile. Il corpicino dell’ormai ex santo fu tolto dalla chiesa e sepolto in un luogo segreto.

Il giorno 8 novembre 1965 con il decreto del concilio Vaticano II “Nostra aetate” il culto del Simonino fu ufficialmente abrogato.

Alla luce di quanto sopra, la comunità ebraica, nel 1992, ritirò il “cherem”, ossia la maledizione sopra la città di Trento, pronunciata dagli israeliti in seguito alle ingiuste accuse subite.

In ricordo di questo triste evento e dell’avvenuta conciliazione fra gli ebrei e la città di Trento, alla presenza di numerose autorità, in vicolo dell’Adige, nei pressi di via Manci e in corrispondenza  dell’abitazione di Samuele di Bonaventura allora rappresentante della comunità ebraica fu posta una lapide con la seguente scritta: “In questo luogo/ove l’intolleranza ha scritto/una pagina buia nella storia dell’uomo/segnando col culto del piccolo Simone/un lungo dissenso tra ebrei e cristiani/la città di Trento volle riparare/ponendo questa stele a futura memoria/ ed a testimonianza di impegno fattivo/per la costruzione della pace e della tolleranza.

Piero Turri